Già a Novembre avrei voluto parlarvi di Dragon Age: The Veilguard, ma vi confesso che sarebbe stato un articolo molto diverso rispetto a questo di oggi. Questo perché non ho potuto continuarlo per mesi, per rispettare i miei oneri (e onori) da recensore. A Novembre vi avrei detto che The Veilguard non è male come si diceva in giro, anche se non all’altezza del suo pedigree. Oggi mi trovo a parlarvi di come il mio secondo impatto con il gioco sia stato tutt’altro positivo.
Non vi sto dicendo che Dragon Age: The Veilguard sia un titolo totalmente da buttare, sia chiaro. Però in questi mesi di pausa ho giocato un sacco di titoli davvero belli, tra Death Stranding, Clair Obscur: Expedition 33, ben quattro Yakuza (culminati con Yakuza 0: Director’s Cut) e molto altro. Dopo ben otto mesi di ottime mangiate videoludiche, il paragone è stato devastante.
A influire il mio giudizio di sicuro c’è anche la mia passione per gli albori di Dragon Age. Vedete, sono letteralmente innamorata di Origins, così tanto da descrivervelo come un vero e proprio capolavoro ruolistico. Tuttavia i miei sentimenti sono stati messi alla prova dal secondo capitolo, che non mi convinse mai del tutto (nonostante Varric), ma soprattutto da Inquisition. Quest’ultimo non sono nemmeno ancora riuscita a finirlo, tanto è il mio rigetto per la narrazione e per l’open world desolato.
Volli comunque dare una possibilità a Dragon Age: The Veilguard quando uscì, acquistandolo per PlayStation 5. Il primo impatto, nonostante l’estetica e le vibes generali non mi convincessero appieno, fu positivo. Siamo ben lontani dal dark fantasy di Origins, però le vicende mi presero da subito. In pochi giorni accumulai più di 24 ore di gioco, girando in lungo e in largo durante l’Atto 1.
E poi? Uscì una valanga di giochi, e la mia attenzione fu risucchiata altrove.
“Prima o poi mi ci metto e lo continuo”, mi dicevo. Non sapendo però che mi sarei ritrovata con l’amaro in bocca dopo questi otto mesi di stacco…

Un titolo che zoppica
Il gameplay, ancora più action rispetto al passato, è forse la parte più riuscita dell’intera produzione. Riprendere da dove ho lasciato è stato immediato, e gli scontri sono belli dinamici e mi hanno presa subito. Ci sono però due elementi che, otto mesi dopo, non riesco a digerire proprio.
Il primo è la narrazione, troppo caciarona e quasi derivativa dai film supereroistici più recenti. Non solo ci siamo allontanati dalla natura dark fantasy degli albori della serie, siamo proprio all’interno di una fantasia da power player con tinte da film degli Avengers, dove nemmeno i personaggi riescono a prendersi sul serio nei momenti più importanti. Palese è la strizzatina d’occhio a Dungeons & Dragons, ma anche nel film uscito nel 2023 si prendevano ben più seriamente rispetto ai protagonisti di The Veilguard.
Adesso ho iniziato, a fatica, l’Atto 2, e il gioco ci costringe a fare le secondarie con una scusa poco credibile. A momenti mi aspettavo i personaggi dire “no, guarda, è che dobbiamo grindare”, e in un certo senso lo dicono con altre parole.
In secundis, se a Novembre ero passata sopra alla direzione artistica, dopo otto mesi non sono proprio riuscita a farlo. I Prole Oscura, nemici iconici della serie, sembrano fatti di pongo. Sì, di pongo. Se quindi gli umanoidi, a parte i Qunari imperdonabili, si fanno guardare, i nemici sembrano una vera e propria barzelletta.
Immaginatevi una grossa battaglia, dove dovresti sentire anche il peso di ciò che sta per succedere… E poi ti vedi correre contro i Prole Oscura di pongo.
Sto comunque cercando di portare al termine Dragon Age: The Veilguard perché non voglio che diventi l’ennesimo titolo del mio backlog. So che, se dovessi cedere proprio ora, finirei col non riprenderlo più. E se ciò vuol dire che dovrò combattere ancora per un po’ i Prole Oscura di pongo… Che pongo sia!




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