In questi ultimi giorni mi sono dedicato a STARBITES, un originale JRPG sviluppato da IKINA GAMES e pubblicato da NIS America. Ammetto che dai primi trailer ha destato fin da subito la mia attenzione, sia per lo stile particolare che per il gameplay. Chi mi conosce sa benissimo quanto mi piacciano i giochi di ruolo, ma nel caso di STARBITES ciò che mi ha incuriosito maggiormente è stato proprio lo stile artistico, oltre alla premessa narrativa.
Il publisher mi ha permesso di mettere le mani sul gioco in anticipo rispetto all’uscita prefissata per il 21 Maggio. Ho vissuto la mia esperienza con il gioco su PlayStation 5, cercando quanto più possibile di esplorare il mondo di STARBITES!
STARBITES
Nel deserto assoluto
La narrazione gira tutta attorno alla giovane ragazza chiamata Lukida, che vive su Bitter, un pianeta desolato. Il pianeta è diventato così a seguito di una grande guerra, che ha portato gli umani a stabilirsi in questo luogo ormai devastato. Possiamo vedere le conseguenze di questi conflitti proprio durante l’esplorazione, dato che sono presenti principalmente relitti di astronavi e rottami dovuti alle guerre del passato. La giovane protagonista sogna di abbandonare questa terra desolata, ma purtroppo è costretta a rimanere a causa di un debito. I genitori della ragazza le hanno lasciato in eredità un enorme debito nei confronti del capo della città di Delight: Fennec.
Una cosa è chiara: non possiamo farci male e perire prima di aver saldato il debito, così come ci viene detto dalla tiranna del pianeta. La storia si apre con Lukida che, durante l’esplorazione delle lande desolate, trova dei rottami. Tra questi scopre un biglietto che sembra rappresentare il suo lasciapassare per lasciare il pianeta. Si tratta di un ticket che va riscosso, ma durante il tragitto di ritorno un enorme mech decide di attaccarla, mettendola fuori combattimento. Una volta risvegliata, scopre di essere stata recuperata dal Phoenix Service, un servizio a pagamento che ha aggiunto un ulteriore debito.
Il racconto è interessante, soprattutto perché porta il giocatore a esplorare non solo le lande desolate, ma anche a scoprire i segreti che si celano da diverso tempo. Proprio per questo ci troveremo a spostarci dalla città principale, incontrando nuove persone e apprendendo verità non sempre piacevoli. Ammetto di aver apprezzato molto i personaggi, nonostante non siano tutti approfonditi allo stesso modo. La conclusione della storia è abbastanza soddisfacente: si sarebbe potuto fare di più per alcuni elementi narrativi, ma nel complesso rimane un buon racconto.

In battaglia con il Mech!
Il sistema di combattimento è completamente a turni. Avremo a disposizione una barra superiore che ci indicherà l’ordine dei turni, anche in base alla tecnica che decideremo di utilizzare in quel momento. Il punto focale per la riuscita di una battaglia è trovare le debolezze del nemico che ci troviamo davanti. Per farlo, la prima volta dovremo sperimentare con gli attacchi, cercando di capire a quale tipologia risultano più vulnerabili. Se riusciremo a raggiungere lo stato di Break, potremo infliggere molti più danni ai nostri avversari. Si può dire che ricorda molto lo stato di Crisi visto in Final Fantasy XIII. Gli attacchi vengono eseguiti sempre a bordo del nostro Motorbot, che ci permette non solo di sferrare colpi offensivi normali, ma anche di utilizzare abilità speciali.
Ogni personaggio avrà una barra, una sorta di manometro chiamato Driver’s High che si ricarica nel corso dello scontro. Una volta piena e utilizzata, potremo ottenere un turno extra rispetto a quello normale e potenziare i nostri attacchi, sferrando così un’offensiva davvero letale contro i nemici. All’interno della battaglia bisogna saper sfruttare bene ogni personaggio, poiché ognuno è specializzato in un determinato tipo di attacco. Ammetto che nelle prime ore ho dovuto sperimentare parecchio prima di trovare il giusto coordinamento tra i vari turni dei personaggi.
Per quanto riguarda l’esplorazione, nel mondo aperto ci muoveremo a bordo del nostro enorme Motorbot, dove potremo correre e imbatterci in nemici pronti ad affrontarci. All’interno dell’ambiente di gioco sono presenti molti elementi con cui interagire: spesso potremo trovare tesori, oppure oggetti utili per la battaglia. Non mancano le missioni secondarie, che spesso si riducono a delle fetch quest. Alcune di queste risultano però molto divertenti e simpatiche da portare a termine, per quanto semplici.

Uno stile peculiare, quasi retrò!
Dal punto di vista tecnico, STARBITES ricorda molto i JRPG del passato, grazie anche a una struttura e a una telecamera dal gusto molto retrò. Ammetto che è un elemento che ho apprezzato davvero molto, per quanto alcune volte la direzione artistica del gioco non coincida con le ambientazioni, stonando leggermente. I modelli poligonali e lo stile impiegato mi hanno ricordato alcune volte quanto fatto con Fantasian di Hironobu Sakaguchi, il papà di Final Fantasy.
Purtroppo, però, le evidenti lacune tecniche non riescono a donare un impatto visivo sempre piacevole. Alcune volte ho notato personaggi che si muovevano con un set di animazioni molto grezzo.
La colonna sonora è davvero piacevole da ascoltare, accompagnata da un ottimo doppiaggio in giapponese. Dal punto di vista della fluidità, non ho riscontrato problemi sulla versione per PlayStation 5. L’unica nota negativa che ho da segnalare è che una volta ho dovuto riavviare il gioco, in quanto durante il passaggio da una zona all’altra si è verificato un freeze.

Commento Finale
Quanto fatto da IKINA GAMES con STARBITES non è affatto un brutto risultato. Si tratta di un gioco di ruolo che ha saputo intrattenermi per tutta la sua durata, nonostante diverse incertezze tecniche. Non racconta una storia particolarmente originale, ma in compenso si lascia seguire senza troppe pretese. Il sistema di combattimento è divertente, facile da gestire e riduce le meccaniche all’osso senza inutili complicazioni. In compenso, STARBITES sfoggia uno stile artistico unico, che riesce a contraddistinguerlo nonostante qualche piccolo neo che guasta il quadro complessivo.




Lascia un commento