Ammetto che ho apprezzato fin dal primo momento il reboot di Lara Croft con quel Tomb Raider uscito nel lontano 2013. Confesso che sono stato tra quelli che, all’epoca di Rise of the Tomb Raider, ancora non possedevano una console Microsoft, dato che avevo preso PlayStation 4 al lancio; pertanto, ho dovuto attendere l’edizione celebrativa dei vent’anni prima di poterci mettere le mani. Adesso, a distanza di oltre dieci anni, sono qui a parlarvi nuovamente di Rise of the Tomb Raider, ma questa volta nella sua incarnazione per la console ibrida Nintendo Switch 2.
Ho avuto il piacere di mettere le mani sul gioco subito dopo la fine del Direct, grazie alla disponibilità del publisher. Dopo aver vestito i panni dell’archeologa nel secondo capitolo della trilogia reboot, voglio parlarvene nel dettaglio in questa nuova versione!
Rise of the Tomb Raider
Tra le lande di ghiaccio
Il focus principale di questa seconda avventura è su Lara Croft che porta avanti la ricerca di suo padre, Lord Richard, sulla Sorgente Divina. Veniamo subito a conoscenza, nelle prime ore, che il padre era molto vicino alla scoperta. Qualcosa ha brutalmente interrotto la sua impresa, senza contare i giornalisti che hanno screditato del tutto il suo lavoro.
Il gioco si apre con una sezione in Siberia, dove insieme a Jonah stiamo scalando una grande montagna, sulla quale molti si sono fermati ancora prima di raggiungere la vetta.
Ovviamente non può andare tutto liscio, trattandosi di un Tomb Raider, e da lì a poco finiremo in mezzo a peripezie poco piacevoli, tra cadute e salti, senza contare le scalate da affrontare. Il gioco ci porta anche a vivere il prima di questi eventi, ovvero l’avventura che ha portato alla scoperta della Tomba del Profeta, venendo a conoscenza del fatto che un’organizzazione chiamata Trinità vuole impadronirsi dell’immortalità promessa dalla leggenda.

Un continuo che funziona
La base narrativa di Rise of the Tomb Raider è funzionale. Da un lato abbiamo una Lara Croft decisamente più matura dopo l’esperienza vissuta sull’isola nel capitolo del 2013. Ammetto che ho apprezzato molto la volontà di approfondire il rapporto tra padre e figlia, e in generale la famiglia Croft. Una cosa che non ho mai gradito, però, sono i colpi di scena prevedibili, alcuni fin troppo telefonati fin dalle prime ore di gioco, perdendo così parte del loro impatto nel momento in cui vengono rivelati.
In compenso, in termini di longevità, il titolo dura un po’ di più rispetto al capitolo del 2013, offrendo un’esperienza più estesa. Ancora oggi rimane una produzione davvero piacevole da seguire dal punto di vista narrativo e, soprattutto, rappresenta un’ottima occasione per vivere le avventure di Lara Croft in attesa di Tomb Raider: Legacy of Atlantis.

Un’Archeologa quasi esperta
Il sistema di combattimento funziona bene: abbiamo a disposizione una versatilità di azioni che ci permette di adottare approcci più stealth oppure più improntati all’azione. La cosa che ha sempre contraddistinto questo secondo capitolo è l’intelligenza artificiale dei nemici, rivista sotto ogni punto di vista. I nemici non sono più dei semplici manichini che ogni tanto attaccano, ma cercano di essere sempre aggressivi al momento giusto. A tutto questo, però, va aggiunta una maggiore qualità degli enigmi, che arricchiscono ulteriormente l’esplorazione di Rise of the Tomb Raider.
La parte esplorabile di questo capitolo è davvero vasta e, come accadeva nel primo, anche qui sono presenti percorsi alternativi e tombe secondarie da esplorare e completare per ottenere un potenziamento o una lauta ricompensa. Questo arricchisce notevolmente la longevità del titolo e, ammetto, ho trovato davvero piacevoli anche le tombe secondarie e i loro enigmi.

La versione Nintendo
Parto subito con una grande premessa: il gioco non ha un framerate sbloccato, ma è fisso a trenta fps stabili, sia in versione docked che portatile. Questo però non deve far pensare a un porting di scarsa qualità, tutt’altro. Il lavoro svolto da Aspyr, a mio avviso, è davvero ben fatto e, anche in modalità portatile, il gioco, nonostante gli anni sulle spalle, riesce a donare un gran bel colpo d’occhio.
L’unico neo, a mio avviso, sono le texture che alcune volte sono soggette a un problema di flickering nell’illuminazione, rendendo in alcuni frangenti l’esplorazione fastidiosa.
Il team ha deciso di sfruttare una delle funzioni meno utilizzate di Nintendo Switch 2: la modalità mouse. Possiamo separare i due Joy-Con e utilizzarli appoggiati su un tavolo, per giocare come se fossimo su PC, con delle funzioni dedicate anche alle sezioni di shooting. Confesso che si tratta di una meccanica interessante, un modo nuovo di giocare a Rise of the Tomb Raider, anche se non è tra i più comodi. Ci vuole del tempo per abituarsi e, soprattutto, la gestione della telecamera non è delle migliori.
Come sappiamo, Nintendo non vuole sentir parlare di trofei all’interno della propria console. Appunto per questo Aspyr ha deciso di inserire una funzione direttamente nel gioco, con la possibilità di avere una lista di completamento per chi vuole mettersi alla prova ottenendo tutti i trofei.

Commento Finale
Il lavoro svolto da Aspyr per questo porting di Rise of the Tomb Raider è davvero buono, anche se si sarebbe potuto fare qualcosa in più per quanto riguarda l’impatto grafico e il framerate. Per il resto si tratta dell’edizione che abbiamo conosciuto su PlayStation 4, con tutti i contenuti aggiuntivi rilasciati per il gioco. La narrazione rimane ancora oggi valida, tra le migliori della trilogia reboot.




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