Quando su Xbox Series S ho avuto il piacere di giocare a Call of the Sea, confesso che ne rimasi davvero affascinato. Una storia interessante accompagnata da una serie di puzzle non sempre facili da risolvere, una premessa semplice, ma efficace. A distanza di molti anni, finalmente il team di Out of the Blue Games è tornato sulla scena videoludica con quello che è effettivamente il sequel a tutti gli effetti: Call of the Elder Gods.
In questo caso le tinte narrative si colorano di nero, accompagnate dall’horror cosmico che da sempre ha caratterizzato i racconti di Howard Phillips Lovecraft. Un genere di racconto che si sposa davvero bene con la produzione, soprattutto con la misteriosa figura di Cthulhu sullo sfondo.
Call of the Elder Gods
Un’antica divinità
Quello raccontato in Call of the Elder Gods non è un solo racconto, ma bensì due. Ci troviamo ventitré anni dopo gli eventi narrati nel primo capitolo e, inizialmente, vestiremo i panni di Evangeline Drayton. Si tratta di una studentessa che è tormentata da strani sogni, e il cui destino sembra essere intrecciato a quello di Harry Everhart. Si tratta di una figura ben nota a chi ha giocato Call of the Sea, poiché non è altro che il marito di Norah, la protagonista del primo capitolo. All’inizio la narrazione è molto onirica, perché vediamo Evangeline avere spesso delle visioni, trovandosi a vagare in quelli che sembrano autentici incubi lovecraftiani.
Quella che viene marcata fin dall’inizio è la volontà del gioco di sfruttare quanto più possibile l’horror cosmico, non tanto per fare paura, quanto piuttosto per avvolgere di un mistero ancora più profondo la narrazione di Call of the Elder Gods. Tutto ha inizio quando la protagonista si reca nello studio del professore per un incontro, nel tentativo di comprendere meglio la natura dei suoi incubi. Eppure proprio da qui partirà una serie di peripezie che porteranno la storia a snodarsi attraverso più scenari. Se nel primo capitolo si trattava di indagare e trovare risposte a un mistero, qui la ricerca assume un carattere molto più personale.
Si tratta di un racconto che può essere apprezzato appieno solo da chi ha vissuto l‘avventura di Norah, perché la narrazione si lega a doppio filo con il finale del primo gioco, tanto che ci viene chiesto quale scelta finale abbiamo compiuto in quest’ultimo. Da un lato abbiamo la ricerca di una verità e di una spiegazione, dall’altro l’affrontare un dolore che non svanisce facilmente. A mio avviso il racconto è funzionale, anche se presenta alcuni colpi di scena fin troppo prevedibili. Nel complesso la storia rimane davvero interessante, anche se avrei sfruttato meglio l’utilizzo degli elementi lovecraftiani.

Un’avventura tra puzzle
Ho apprezzato come il gioco non abbia perso la sua identità. Fin dall’inizio è importante osservare bene ciò che ci circonda, raccogliere quanti più indizi possibili e consultare spesso il proprio diario con tutto ciò che abbiamo raccolto. Ogni indagine si snoda in base a ciò che abbiamo visto e letto, perché prendere appunti è un elemento fondamentale per poter portare a termine gli enigmi che ci vengono proposti nel corso del cammino. Ammetto che nelle prime ore ho trovato qualche difficoltà nel risolvere determinati enigmi, perché la loro soluzione era tutt’altro che scontata. I rompicapi presenti richiedono un’attenta osservazione dello scenario e una minuziosa ricerca degli indizi.
Ci sono enigmi che spesso richiedono di tornare ad analizzare più volte gli indizi raccolti. Ogni volta mi trovavo davanti alla soluzione, ma spesso i numerosi elementi presenti mi portavano fuori strada. Alcune volte la risposta era molto più semplice di quanto sembrasse. C’è da dire che, da questo punto di vista, gli sviluppatori hanno svolto un ottimo lavoro. Purtroppo però non tutto è perfetto: durante l’esplorazione capita spesso, a causa del level design, di rimanere incastrati in un percorso.
Una cosa che ho detestato è che, alcune volte, durante la lettura delle lettere il tasto per effettuare l’azione e leggere il documento non veniva riconosciuto correttamente. Si tratta di piccolezze che alla lunga possono creare frustrazione. Ho apprezzato invece l’utilizzo dei due personaggi combinati, i quali riescono a donare una maggiore varietà alla produzione.

Una direzione quasi giusta
Dal punto di vista visivo, Call of the Elder Gods non delude, anzi riesce a esaltare ancora di più la bellezza che avevo apprezzato nel primo racconto con Norah. Il team di sviluppo ha saputo sfruttare davvero bene i feedback ricevuti in passato, proponendo ambientazioni davvero spettacolari da esplorare. Avrei però prestato una maggiore cura alle animazioni, che alcune volte appaiono un po’ legnose.
Ho giocato alla versione PlayStation 5 e devo ammettere che il titolo è davvero stabile, fatta eccezione per alcuni piccoli momenti di stuttering durante l’esplorazione della casa del professore. Una volta superata quell’area non ho più riscontrato il problema. Anche il doppiaggio in Inglese svolge un lavoro davvero eccellente, accompagnato da una traduzione in Italiano dei testi ben curata.

Commento Finale
Il team di Out of the Blue Games ha saputo confezionare con Call of the Elder Gods un buon risultato. La narrazione è interessante e la presenza di due protagonisti riesce a donare qualcosa di nuovo rispetto a quanto visto in Call of the Sea. Gli enigmi sono davvero ostici e ben realizzati, peccato però per qualche bug di contorno che in alcuni frangenti rovina l’esperienza.
In conclusione, consiglio l’acquisto del gioco a tutti coloro che hanno amato il primo capitolo e che vogliono scoprire i misteri che si celano in questo capitolo!

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